manifesto delle paroleostili
Blogging e Scrittura: la mia seconda vita

Paroleostili – Del manifesto della comunicazione non ostile e di galline e pollai

Nei giorni scorsi mi sono scontrata con due realtà importanti. Importanti per me, per la mia professione, per la mia crescita. La prima è stata una discussione in un gruppo di blogger. La seconda scoprire che in rete esiste un movimento che si preoccupa di cercare di rendere la comunicazione, a tutti i livelli, ma soprattutto digitale, meno aggressiva. Perché le parole sono importanti.

“La parola sta all’anima come la medicina sta al corpo” (Gorgia) 

Secondo Gorgia la parola ha un grande potere. Ha la capacità di corrompere la mente ed ingannare. Le parole possono essere usate in due modi: buono o cattivo. Non sempre però, quello che a un primo sguardo, a una prima lettura, sembra un uso buono in realtà lo è. Un buon oratore ha la capacità di far credere al proprio pubblico che sia buono anche ciò che buono non è. La politica italiana di oggi è piena di esempi. E’ importante che chi decide di scrivere un suo pensiero per “lanciarlo” nella rete, dove ci sono milioni di potenziali lettori, lo faccia consapevole che quello che scrive influenzerà altre persone. Forse anche solo una, ma sarà comunque una. Per questo deve fare attenzione all’uso delle parole che fa. Perché non può sapere fin dove può arrivare la sua parola e che uso ne possono fare altre persone.

Il manifesto della Comunicazione non Ostile

Esiste in rete un progetto che si chiama ParoleOstili, il cui scopo è creare un rete rispettosa e civile. Porta avanti diverse iniziative nelle scuole, nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende, per diffondere un’idea di comunicazione etica, non solo nei concetti espressi, ma anche di un etica delle parole utilizzate per esprimere un concetto. Hanno dei progetti interessanti, materiale didattico a disposizione di chi ne volesse usufruire, e sono impegnati anche nella ricerca. Tra le altre cose hanno fatto una ricerca sulla recente campagna elettorale italiana 2018.

“La parola è lo specchio dell’anima.” (Publio Sirio) 

Quando in un gruppo di blogger, o aspiranti tali, trovi scritto che puoi scegliere se essere “gallina o chioccia, perché siamo in un pollaio”, prima sorridi poi ti incazzi. Soprattutto quando si fa notare che le galline “starnazzano nell’aia, le chiocce sono amorevoli e disponibili”. E ancora di più quando, dopo aver detto che non vuoi essere ne gallina ne chioccia, che stare in un pollaio non ti garba poi tanto, dicevo, ti viene detto che “allora ti costruiamo una bella stalla tutta per te”. Al di là del significato assurdo che leggo nel voler per forza creare qualcosa per contenere qualcuno in un ambito in cui c’è uno spazio infinito, quale la rete, trovo assurdo cercare di costruire una stalla a una persona che ha specificato “soffrire di claustrofobia”. Lasciamo stare che da disabile mi ritrovo “chiusa in stalla” anche se sono in piazza del Duomo e non riesco ad entrare in un negozio perché ci sono dei gradini, o ogni volta che trovo qualcuno che ha parcheggiato sul parcheggio disabili, (sono solo due esempi, ma potrei farne migliaiai). Ma come si fa a pensare di comunicare se alla prima manifestazione di “non conformità” per scelta si vuole riportare tutto ai propri schemi, che rispetto, ma che posso non condividere. 

La differenza tra scrivere questo pezzo e scrivere un post in un gruppo

Scrivendo questo post, ho sicuramente usato parole che a qualcuno possono evocare immagini più o meno negative, nel caso me ne scuso da subito e specifico che non era questa la mia intenzione. Questo posto vuole cercare di spiegare che avere una comunicazione in un gruppo non è la stessa cosa di scrivere un pezzo generico sul proprio blog. Anche se nel blog devo prestare attenzione alle parole che uso, non so di preciso chi andrò a incontrare, chi lo leggerà, e mi è impossibile utilizzare un linguaggio universale che non “colpisca” nessuno. Ma quando interagisco in un gruppo le cose cambiano. Quando del mio essere disabile e del mio essere riuscita a conquistare la libertà nonostante (si, nonostante) la sedia a rotelle, e le notti sveglia per le parestesie, e le settimane in ospedale, e tutto quanto il resto; quando di tutto questo faccio la mia bandiera, la mia comunicazione, per permettere ad altre persone di provare a uscire e di non fermarsi, non penso sia possibile sentirsi dire che “ti costruiamo una stalla tutta per te”. Stare in un gruppo, per altro chiuso dove si entra solo su richiesta, presuppone un minimo di conoscenza delle persone con cui stai interagendo. Presuppone, quanto meno, che tu abbia letto qualcosa di quello che quella persona scrive e del suo progetto. E’ un gruppo specifico, dove si fa questo, si leggono e commentano i post e i progetti degli altri componenti del gruppo. In tutto questo, quando si esprime il proprio dissenso all’essere rinchiusa in una stalla, si scatena un flame di commenti, non contro l’uso improprio del termine, sarebbe da esseri più evoluti di una gallina. No, contro chi dice che stare in stalla non era la cosa più corretta da scrivere. Non è questa la comunicazione etica che ci si aspetta da chi fa della comunicazione un modo per farsi conoscere, perché nessuno scrive solo per il gusto di scrivere in internet, giù la maschera delle finte modeste. 

Chiedo ai miei contatti, ai miei amici blogger e comunicatori, di firmare il manifesto che trovate al link sopra e di diffonderlo. Perché le parole sono importanti e l’uso che se ne fa dovrebbe essere consapevole nel nostro mondo. Se dopo un post devo scrivere dieci post per spiegare cosa volevo dire con il primo qualcosa è andata storta e non è la capacità di comprendere dei lettori.

E con questa digressione anche questa settimana mi sono tolta qualche sassolino dalla scarpa. Chi mi legge sa che non posso tenere le cose per me. Se volete ricevere aggiornamenti dai miei siti e contenuti speciali e unici vi invito ad iscrivervi alla mia newsletter. Il primo regalo vi sta già aspettando. Spesso ci saranno racconti di viaggio, ogni tanto anche qualche “pasticca” amara come questa. 

2 Comments

  • Paola

    Ciao Sofia,
    io non ho sorriso e mi sono molto incavolata nel leggere quel post.
    NON sono affatto una gallina e non mi piacciono le persone a testa bassa, che seguono la scia di leccate al capo anche se non d’accordo, infatti, non glielo dicono in faccia ma si nascondono in messaggi privati.
    Le tipiche donnine affacciate al balcone del loro paesello montanaro, io le immagino così.
    Sono una che, invece, parla in faccia, sono una pecora nera e mi discosto dal pollaio.
    E il post del pollaio è nato per fare polemica, nascosta da finto buonismo, e questa è la cosa che più mi fa innervosire.
    Come hai detto anche tu io da un gruppo, soprattutto se chiuso, mi aspetto un minimo di selezione e conoscenza delle persone con cui stai interagendo. Non facendolo si riceve spam nei messaggi privati e invasione al proprio tempo. Poi, care galline, non vi offendete se si pubblica, anche togliendo il nominativo, chi usa il tempo altrui senza rispetto.

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