Di limiti e di come superarli
Esperienze in Sedia a Rotelle

Di limiti e di come superarli

Quando ero in montagna, a Sappada, la scorsa settimana ho anche avuto modo di pensare e riflettere sui miei limiti e su come superarli. E parli di limiti fisici ma anche mentali. Ed è successo tutto in meno di un minuto. Che provo a raccontarvi.

Quando è iniziata la sfida

Stavo salendo verso il rifugio Piani del Cristo, nel comune di Sappada. Salivo per una strada asfaltata larga il giusto per far passare un’auto e una sedia a rotelle. Se due auto si incrociano una torna indietro oppure, se è furba, si ferma dove trova un po’ di spazio e fa passare l’altra. Mi domanda da sempre chi decide chi deve fermarsi e chi deve passare per primo. In ogni caso, non c’erano macchine, per fortuna e io salivo, triride ben carico e sedia a rotelle. Dovete sapere che il Triride in salita a volte fatica e slitta perché il peso è tutto indietro (il mio poi in modo particolare perché me ne sto ben comoda). E lì mi è venuta in mente la frase di Gianni Conte, quando mi ha consegnato questo Triride: ‘nelle salite meglio andare a marcia indietro’. Giusto. Marcia indietro. Cosa che per me era una novità perché sul modello precedente non l’avevo. Quindi decidi di mettermi a salire a marcia indietro. Nulla di difficile. Basta girarsi, mettersi a guardare a valle e schiacciare la retro marcia. Decido di fare questa manovra di cambio direzione. E lo decido in uno dei punti più ripidi di quella strada, tra due curve (ecco perché ho detto che per fortuna non c’erano macchine).

La manovra con il Triride per fare inversione

Imposto il movimento, lascio andare il freno, la sedia va indietro, giro il ruotino del Triride verso destra così che la sedia si portasse a sinistra. Cosa che succede. E anche nel modo corretto. Tengo sempre il freno un po’ tirato per evitare di scendere a sbattere nella curva. In realtà è una manovra che faccio spessissimo. Inversione di marcia. Ogni volta che devo tornare indietro e non ho spazio avanti per fare una curva uso questo sistema. Come tutti del resto. Avevo solo dimenticato una variabile: la pendenza e la contropendenza. E mi sono ritrovata con il ruotino parallelo alla pendenza e la sedia in orizzontale sulla contropendenza. Un bellissimo mix che si è rivelato micidiale quando ho pensato che era giunto il momento di schiacciare il pulsante della retro per spingere in su la sedia.

Il limite è la sfida

È stata questione di un paio di secondi. Appena ho toccato il tasto ho sentito la sedia che tentava di girarsi e poi ha iniziato a inclinarsi verso valle. Ho subito (credo) lasciato il manubrio e ho messo le mani verso valle. Perché era lì che ho visto sarei finita con la faccia a terra. E poi ho visto l’asfalto talmente fa vicino che invece delle caprette avevo le formiche che mi facevano ciao e riuscivo anche a contare i denti del sorriso. Credo che qualcuna mi abbia anche dato dell’idiota. E se non l’hanno fatto loro l’ho fatto io.

Ripartire, rialzarsi

Ero a terra. Le mani bruciavano in modo assurdo, quel bruciore che non sentivo da quando andavo in bici e cade di mi sbucciavo le ginocchia. Sanguinavano anche. Il braccio destro, quello che avevo teso per primo e che era rimasto teso dritto senza piegarsi, faceva un male tremendo tanto che pensavo di essermi rotta il polso o il gomito. O tutte e due. Mi sono girata a pancia in su, in mezzo alla strada e da un lato speravo arrivasse una macchina così poteva aiutarmi e poteva portarmi fino al rifugio, dall’altro speravo arrivasse da valle che almeno saliva piano, perché se scendeva da monte mi avrebbe vista solo all’ultimo. Di fatto c’era solo il mio accompagnatore che prima di aiutare me ha raccolto i cellulari. Mi sono rimessa in sedia, ho controllato di non aver davvero nulla di rotto (mi sembrava un miracolo) e ho preso a salire in retro. Dopo 20 minuti ero al rifugio.
Se avessi voluto avrei potuto chiamare un soccorso, un medico, in fondo ero sempre una disabile, con una vertebra sostituita e il rischio di un trauma cranico. Invece no. Il mio limite era la paura di non potercela fare. E il dubbio l’ho avuto mentre facevo la manovra. L’unico modo per dimostrarmi che potevo farlo era continuare a salire e poi, arrivata al rifugio, riscendere in sedia, con il Triride, con le mie mani fasciate.
I limiti, nel mio caso e solo per me, sono fatti per essere superati. Non sarei in grado di pensarmi diversamente. E quando in questi giorni qualcuno mi dice che il Triride è pericoloso e che sono pazza, mi ripeto la frase che mi ha detto un tecnico la scorsa settimana ‘queste sono cose che succedono a chi sa usare bene il Triride, agli altri non capitano’. E un po’ sorrido.
Mi fa ancora un po’ male il braccio e forse oggi o domani farò un controllo. Ma nei giorni successivi alla caduta ho continuato a salire e fatto anche delle belle fatiche. Ma ho visto panorami che altrimenti non avrei visto.

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