Articolo di Simone Fanti su Sofia Mammahalerotelle in Polonia - Corriere della Sera
Blogging e Scrittura: la mia seconda vita,  Esperienze in Sedia a Rotelle,  Viaggiare in Sedia a Rotelle

Brava! Oggi me lo dico da sola

Ho pensato parecchio prima di scrivere questo post. Molto più di quanto penso di solito prima di raccontare qualcosa. Scrivere o non scrivere? Raccontare o non raccontare? A volte sembra questo il problema. Invece no. A volte è solo questione di sapersi dire “brava”, di “accettare” di essere riuscita a fare qualcosa che altri non sono riusciti a fare. 

Mamma Ha Le Rotelle sul Corriere della Sera

Si lo so, era solo un trafiletto. Ma era lì. Su uno dei quotidiani che mio padre leggeva sempre quando ero piccola. Il primo che apriva quando tornava da lavoro, quello che mamma gli faceva trovare sempre sul tavolo, che comprava ogni mattina. Il Corriere della Sera. Un trafiletto, piccolo se volete, ma era lì. E negli stessi giorni arrivava anche nelle case di migliaia di famiglie il pezzo scritto sulla riviste dell’Inail, Superabile Non uno quindi due (o tre con la pubblicazione del mio pezzo sul blog di Invisibili) risultati in pochi giorni a cui non avrei mai puntato, ma in cui speravo. Perché tutti, prima o poi, sognano di comparire su riviste e quotidiani. E se capita per qualcosa in cui si crede davvero, come questo progetto, allora la soddisfazione è ancora più grande.

Imparare a dirsi “brava”

Lo dicono in tanti. L’ho scritto anche nel mio libro. “Noi donne siamo brave a sottovalutarci e sminuirci” e lo facciamo in continuazione. Nei giorni scorsi leggevo in una conversazione su Facebook qualcuno (donna) dire che fosse giusto, anzi doveroso, annullarsi (si, annullarsi) per i propri figli. Annullarsi. Come può qualcuno annullarsi? Come succede che non siamo più capaci di dire “Cavolo ci sono riuscita, sono stata brava” senza doverci sentire in colpa? Perché, soprattutto? Ecco. No. Ogni spesso dovremmo imparare, noi donne che gli uomini si dicono bravi spesso anche per meriti che non hanno, a dirci brava.  Da sole, la mattina davanti allo specchio, o qui, pubblicamente, davanti a tutti. Io ho scelto di farlo qui. Perché devo ringraziare chi in questo progetto ha creduto da sempre. I miei figli, Dejan, Andrea Chandra e Pamela. Mia mamma. Il dott. Moliterni dell’Associazione L’Ancora. E poi la Blucamper, che mi ha dato questa bestia  di 7 metri, il signor Vincenzo Grosso che ogni giorno condivide i miei post. E la CPO di Parma insieme alla Triride che mi sopportano (sopportano non è un errore) tecnicamente. Loro sono stati i primi a raccogliere la sfida. 
Ma la cosa più importante è imparare a dirsi brava perché dietro a un progetto c’è fatica, lavoro, ore di scrittura e studio. Spesso ore di notte, di mattina presto, quando i figli dormono o quando loro giocano (per non rubare troppo tempo alla famiglia, come la nostra società ancora vuole). Oppure ore come le mie. Un po’ di notte, perché soffro d’insonnia, un po’ di giorno, quando dico ad Andrea Chandra “Amore ora la mamma deve lavorare”. Perché, ricordatelo, tutto quello che facciamo, anche se con passione, non deve mai essere visto come un “tanto per fare”. E’ un lavoro, che ci piace, che ci diverte, che ci da soddisfazione. Ma resta un lavoro e come tale ha bisogno di tempo. E questo tempo decidiamo noi dove prenderlo. Senza sentirci in colpa. I figli capiscono. Capiscono se siete felici e realizzate, se date a loro un tempo di qualità. Magari meno che altre mamme, magari farete meno torte e comprerete più pacchetti di patatine (come faccio io) ma mia figlia mi vede sempre sorridere. In questi giorni anche di più.

Il carro dei vincitori: non esiste

Quando è uscito il pezzo sul Corriere della Sera, il mio telefono è come impazzito. Ricevevo messaggi da chiunque, anche da chi non sentivo da mesi. Tutti per dirmi “Ho letto di te sul Corriere” e subito dopo arrivava anche “Lo sapevo che ci saresti riuscita.” Già, lo sapevate, ma avete fatto talmente tanto per sostenermi che siete spariti. O, peggio, avete provato a mettermi i bastoni tra le ruote, ma non ci siete riusciti. Il carro dei vincitori, signori, in questo caso non esiste. Esiste un bel progetto, anzi due progetti che si intrecciano, e si intrecciano perché io ho voluto che si intrecciassero anche quando tutti voi mi dicevate che ero pazza, che non sarebbe stato possibile. Un bel progetto che Silvia Ceriegi, con i suoi corsi, e Federica Mari e Simona Genovali, con la loro amicizia e competenze perfezionista, mi hanno aiutata a costruire prima e portare avanti poi. E ringrazio, per ultima solo in ordine di tempi di conoscenza, Paola Pesoli che mi dispensa consigli utilissimi sulla mia sopravvivenza qui in Polonia. 

[Questo post non è scritto “in collaborazione con” ma per ringraziare chi, in qualità di sponsor o di supporter, ha permesso che io potessi partire per la Polonia e restarci 6 mesi. Vuoi aiutarmi anche tu? Qui trovi tutte le informazioni.]

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